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L'Ultimo Passo di un Acrobata, una recensione di Kirk Fernwood

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L'ULTIMO PASSO DI UN ACROBATA, una recensione di Kirk Fernwood


Maree e tempeste. Il flusso e il volo. C'è una relazione simbiotica, quando si tratta della sempre precaria natura della vita e della morte. Ci sforziamo, confinati alla terra e finiti nell'esistenza, di accertare ciò che non conosciamo, un significato celato dietro all'evidenza del respiro e dell'essere, lasciando in questo la nostra mente volare alta sopra le nubi; sogno, speranza, desiderio ardente di poter scivolare via, lontano, senza peso e impedimenti, liberi dal fardello delle nostre spoglie mortali, innalzandoci verso quello che sta oltre. Vi è un tale sentimento, in qualche forma, anche nel percepire la potenza vivificante e mortifera dell'oceano, l'abbondanza brulicante delle creature che abitano sotto la sua superficie tumultuosa, ma anche una cruda apparenza di ossa nude sulla spiaggia, ultimo residuo di ciò che fu un tempo vivo e vibrante, e ora si consuma, e si fa polvere. É in essenza il ciclo del tutto, baciato dalle ali e dalle onde dell'eternità.
C'è un senso poetico, nel ponderare i grandi e spesso esplorati concetti di vita e morte, riscoperti entro le variegate, fluttuanti sfumature, attraverso il linguaggio figurativo, la profondità d'intuito, di pensiero, e la complessiva risonanza aurale e visiva di questo cortometraggio di 29 minuti del regista Cesare Bedogné, proiettato in occasione della seconda edizione del Festival di Cinema Sperimentale Illambra di Berlino, svoltosi nel Centro Culturale Salon AM Moritzplatz, nel quartiere di Kreuzberg.
Questo è il terzo film dell'autore a concentrarsi specificamente sull'acqua come aspetto fondamentale per presentare la propria narrativa, nella quale i flussi e riflussi dell'oceano fungono da elementi sia metaforici che letterali, a mettere in evidenza le due idee centrali sopra menzionate, anche attraverso immagini correlate di esseri marini, ora morti sulla proda, che si disfano nel nulla: “morte” figurativa che si ricollega alle inquadrature raffiguranti una donna nuda sulla spiaggia, creatura gettata sulla riva che a sua volta lentamente si consuma.
É la fragilità umana, la nostra stessa nudità in vista degli scopi dell'eternità, un'asserzione sulla mortalità che concerne tutti gli esseri viventi, ma che schiude tuttavia le porte dell'intemporale: spirito e/o anima che prende il volo, non più legata alla Terra. É tutto un atto di bilanciamento, come suggerisce il titolo del film, che dipinge con accuratezza un acrobata che cerca di mantenersi in equilibrio, per non cadere e passare entro il grande e vasto sconosciuto oltre questa vita: volare liberi, librarsi, questa un'altra delle principali esplorazioni tematiche dell'opera. É quell'innegabile interesse nel volo che va di pari passo con lo svanire, con l'ascendere forse nello spazio verso nuovi orizzonti, non più gravati dal mondo e dalle sue cure meschine.
Anche l'uso del suono è altamente efficace, nel film, con tutte le sue grida di gabbiano, gli schiocchi e i richiami dei delfini, il gracidare dei leoni marini, i paesaggi marini spazzati dal vento, la caduta della pioggia e il flusso delle acque, impasto acuistico arricchito da una colonna sonora estremamente atmosferica, volta a sottolineare lo stato d'animo inteso e l'intonazione complessiva dell'opera.
Taluni suoni e immagini vengono ripetuti di proposito, forse a simboleggiare una struttura circolare del tempo, attraverso la quale ogni cosa torna a se stessa, punto di partenza dove si ricomincia da capo, attraverso le medesime trame e modelli già sperimentati in una vita precedente.
Abbiamo sentito dire che il tempo è una fiamma che brucia l'uomo, e anche questo aspetto è indagato con sottigliezza, in un film che ci appare quasi una consegna potenzialmente mistica, trascendente, uno studio filosofico e surreale della vita e della morte; e il fatto poi che questo lavoro sia basato su una serie di sogni, brame, incubi e improvvisazioni di Bedognè e della sua acrobata-protagonista Maria Frepoli non fa che accrescere ulteriormente quel senso di meraviglia ed inquietudine che esso suscita nello spettatore. Come molte altre opere presentate nel Festival, il film è stato girato principalmente in bianco e nero, arricchito a volte da qualche rapido tocco coloristico, cosa che pare funzionare molto bene in lavori come questo, considerata la natura già oscura e non convenzionale delle aspirazioni che afferrano l'attenzione dello spettatore, perturbandolo e gettandolo entro un dominio del pensiero del tutto singolare.
Secondo ogni aspetto, “L'ultimo Passo di un Acrobata” possiede certamente una perfetta “vibrazione sperimentale”, con la sua attitudine esistenziale e un potente linguaggio figurativo che riesce a illustrare con successo come la nostra impermanenza in questo luogo di passaggio che chiamiamo casa sia in realtà solo un inizio, in attesa che un nuovo viaggio possa dispiegarsi nel tempo, nel quale si prenderà il volo verso un nuovo luogo di consapevolezza e saggezza, luogo dove poter essere davvero ciò che noi desideriamo essere – liberati e vivi nel cuore, nella mente e nell'anima, anche dopo il cedimento del corpo.